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Cina, il “giro di vite” del governo per regolamentare le big tech

Cina big tech

Cina, il “giro di vite" del governo per regolamentare le big tech. Cosa cambia per le società del paese del Sol Levante?

Sulla stampa internazionale lo hanno definito un “crackdown”, ossia un “giro di vite” del governo della Cina per regolamentare le big tech, come Alibaba, Tencent e Didi.

Negli ultimi quindici anni, infatti, il settore si era potuto espandere senza particolari limitazioni, ed era potuto, così, crescere in maniera considerevole; conquistando nuove fette di mercato. Sono, comunque, già diversi i casi di iniziative e leggi dei Parlamenti per limitare, o far cessare, gli oligopoli delle Big Tech nel mondo.

Bisogna, però, ricordare che in Cina non c’è un governo democratico, e, secondo alcuni osservatori, le decisioni di Pechino potrebbero anche sfavorire i mercati occidentali.

Nei giorni scorsi si era diffusa in tutto il mondo la notizia sull’introduzione, in Cina del limite massimo di tre ore a settimana da trascorrere davanti ai videogiochi online per i minori di diciotto anni.

In molti, però, ignoravano il fatto che l’esecutivo cinese aveva, già da tempo, imposto il limite di un’ora e mezza al giorno dinanzi al computer.

Cina le nuove regole per le Big Tech

A inizio agosto, anche Tencent, la società di videogiochi con il maggior fatturato del mondo, si è impegnata a ridurre il tempo che i bambini giocano al suo gioco; dopo che le sue azioni sono state mandate in crisi dagli attacchi dei media statali contro l’industria dei giochi.

La società, già a luglio, aveva lanciato una funzione di riconoscimento facciale per individuare chi cercava di aggirare il coprifuoco del governo sui giocatori minorenni.

Tencent ha comunque voluto precisare che gli under 18 costituiscono solo una piccola parte dei suoi clienti.

Alibaba, invece, fondata da Jack Ma nel 1999, gestisce oggi l’ecommerce più grande della Cina. Quando, però, la sua affiliata Ant Group, a novembre 2020, stava per quotarsi alla Borsa di Hong Kong per 37 miliardi di dollari, è stata bloccata da Pechino.

Subito dopo, all‘inizio di quest’anno, si erano inoltre perse le tracce di Jack Ma; mentre le azioni di Alibaba continuavano a scendere. Evidentemente, il partito non può più accettare il monopolio in cui la multinazionale ha lavorato per anni.

Il governo è riuscito anche ad ottenere che l’azienda versi entro il 2025, donerà 15,5 miliardi di dollari per “la prosperità comune”.

Su Didi, la Uber cinese, sono invece piombate una serie di denunce di irregolarità che ne caratterizzerebbero gli affari da anni. Secondo alcune fonti quando, nel 2012, un VC investiva su di essa 3 miliardi di dollari, la startup non sarebbe stata in regola con le autorizzazioni.

Sarebbe, del resto, una delle aziende più penalizzate dal “giro di vite” in corso. Il Wall Street Journal, negli ultimi giorni, ha anche parlato dell’interessamento di alcuni soggetti statali cinesi, che potrebbero forse cercare di rilevarne alcune quote.

Cina, il “giro di vite” del governo per regolamentare le big tech

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