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Barcellona, la Smart City del futuro?

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Barcellona ci insegna come è possibile implementare tecnologie innovative di smart city e soluzioni urbane di sostenibilità.

Proprio un esempio da seguire quello di Barcellona, smart city del futuro e città all’avanguardia per la capacità di introdurre soluzioni sempre nuove ed efficaci per la città stessa e per i cittadini, come il voler combattere le emissioni di carbonio nell’aria, o ancora la realizzazione di soluzioni smart per l’urbanistica, come l’uso di Intelligenze Artificiali avanzate all’interno dei servizi pubblici.

Se questo è il presente di Barcellona, quale sarà il futuro? E quello delle smart city?

Barcellona smart city
Barcellona, smart city pioniera in molti ambiti urban digital e smart.

Smart City, quale futuro?

La recente COP26 di Glasgow ha messo bene in luce la presenza di una serie di sfide, soprattutto ambientali, che richiederanno l’implementazione di nuove tecnologie e strategie operative. Risposte che trovano margine non solo all’interno del panorama internazionale – fondamentale, ma spesso non sufficiente – quanto anche all’interno del reame urbano.

Richard Florida
Richard Florida, autore di “The rise of the creative classe” e ” The New Urban Crisis.

Richard Florida teorico americano degli studi urbani e autore del libro “The rise of the creative classe” – testo che ha segnato a lungo il dibattito sulle trasformazioni sociali della società occidentale e da cui nascerà poi “The New Urban Crisis” – ha trovato nelle forze creative interne allo spazio urbano la capacità delle stesse di rispondere a crisi più o meno eterogenee, provocate tanto dalle storture dello sviluppo urbano, quanto alle difficoltà delle città di adattarsi a un contesto sempre più tecnologico e digitale.

Concetti pervasivi come quelli delle smart city hanno preso piede fin dalla fine degli anni ’90, da un lato sospinti da architetti futuristi e sociologi come possibile adattamento delle nuove tecnologie e la loro messa a servizio per la popolazione urbana; dall’altro lato, la stessa parola smart city è diventata una panacea per i mali urbani, una risposta utile a tutte le diverse problematiche che lo sviluppo stesso finisce per provocare.

Richard Sennett, nella sua opera dedicata allo sviluppo delle smart city, ha messo bene in luce come l’applicazione cieca di tecnologie più o meno avanzate non riesca a raggiungere il suo obiettivo reale e finale, semplificare la vita dei cittadini e migliorare la capacità degli attori politici di governare meglio e in maniera più efficiente.

Le città si fanno internazionali

città internazionali
Le città oggi sono internazionali, i problemi di una capitale italiana potrebbero essere gli stessi della capitale spagnola, anche se a chilometri di distanza.

Per questo che, anche per rispondere a sfide come quella della transizione sostenibile a nuovi modelli di sviluppo in linea con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, è imprescindibile l’apporto della classe creativa di Florida quanto l’uso strumentale delle nuove tecnologie, come affermato sempre da Sennett.

Perché però tali forze non confliggano con loro stesse – entrando nel reame degli effetti negativi inaspettati – è necessario diventare capaci di prevederne l’impatto e la loro applicazione, processi tanto lunghi quanto costosi. L’asso nella manica dei decisori urbani in questo caso diviene, quasi banalmente, la capacità di cooperare gli uni con gli altri.

Intraprendere relazioni su scala internazionale
Intraprendere relazioni su scala internazionale con gli equivalenti urbani per crescere insieme e affrontare le stese sfide.

L’evoluzione del sistema politico urbano, che si è accompagnato alla rivoluzione della governance su scala nazione dovuta alla neo-liberalizzazione dei processi decisionali politici, ha portato l’attore locale sempre di più a intraprendere delle scelte, un tempo puramente nelle mani solide dei governanti nazionali. Tra queste, l’intraprendere relazioni su scala internazionale con i loro equivalenti urbani, con città spesso distanti che, al contempo, sono vicinissime per i temi e le sfide da affrontare.

Una città come Barcellona, ad esempio, si ritrova ad avere molto più in comune con città come Milano, Londra, Parigi, o Shangai, piuttosto che con le sue vicine e altre città spagnole. La vicinanza dei problemi e della struttura delle città che Saskia Sassen ha denominato come global city le ha portate una nella direzione dell’altra, in senso sia competitivo che cooperativo. È per questo che, fin dalla fine degli anni ’80, hanno iniziato a fiorire reti internazionali urbane, insiemi strutturati di città che in maniera più o meno organizzata, creano uno spazio aggregativo e condiviso per le diverse entità.


Anche Torino, ad esempio, non è da meno nello stimolare la sua anima digitale e smart con il Torino Living Lab.


Alcuni network, come United Cities and Local Governments, creano per esempio la possibilità a città di ogni stato di avere uno spazio d’azione diverso, per ampliare le proprie capacità di lobbying verso i propri governi e le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite. La cooperazione diventa in questo caso la possibilità di apprendere il know-how delle città partner, di trovare soluzioni che possono essere definite innovative, ma soprattutto di trovare nuove risorse per applicarle e di inserire le tecnologie della smart city limitando il più possibile gli outcome negativi.

L’esempio di Barcellona, smart city all’avanguardia

Barcellona modello di smar city. Fonte immagine: www.designatlarge.it

Barcellona è una città pioniera nel campo (a tal proposito è utile leggere l’intervista a Francesca Bria oppure puoi ascoltare il podcast tra poco), non solo facente parte di numerose organizzazioni e progetti europei, ma proprio per la sua capacità di introdurre soluzioni sempre nuove e in maniera quasi sempre efficace.

La sua presenza in C40 – organizzazione nata nei primi anni 2000 con lo scopo di aiutare le città a combattere le emissioni di carbonio nell’aria – o anche in MedCities – organizzazione che invece riunisce sotto lo stesso tetto città che condividono lo stesso mare, il Mediterraneo, e fondata a Barcellona – l’ha resa presente sulla scena internazionale.

Riuscire a identificare le sfide e a realizzare delle soluzioni smart, come ad esempio l’utilizzo di IA avanzate all’interno dei servizi pubblici, l’utilizzo di robot semi-autonomi per l’assistenza agli anziani o l’ideazione e la costruzione di architetture sostenibili, fa parte del processo politico oramai di una città che possiamo considerare davvero all’avanguardia.

barcellona architettura sostenibile
Barcellona è una smart city anche nelle architetture sostenibili: un’unica costruzione dalle molteplici funzionalità.

E la città catalana non lo fa semplicemente guardando ai suoi problemi e cercandovi le soluzioni che possano sembrare più efficaci, ma ha creato allo stesso tempo un vasto sistema politico-scientifico di supporto, che ha trovato poi la sua forma ultima nello SciTech DiploHub, un complesso che riunisce università, centri di ricerca, ONG, attori privati di tipo sociale ed economico e le autorità pubbliche, per stimolare la capacità di diplomazia scientifica della città e fondare su solide basi una efficiente governance mista.

Enti come lo SciTech DiploHub funzionano mettendo insieme, a sisitema, le diverse forze presenti di per sé già nel territorio di Barcellona e della sua municipalità. Lo scopo di un ente simile non è tanto creare innovazione e nuove soluzioni smart, quanto piuttosto capire le sfide della città, confrontarsi con attori ritenuti portatori di nuovi concept e di nuove visioni utili e spendibili – nonché sostenibili, in termini ecologici ed economici – e poi trovare il modo di realizzarle all’interno del sistema urbano.

Il confronto e la cooperazione tra differenti realtà fanno di Barcellona la smart city per eccellenza

Diminuire il gap di genere all’interno del settore tech – che rientra tra le priorità e i progetti riconosciuti dalla città catalana – non è pensabile senza mettere allo stesso tavolo il settore educativo pubblico e privato, nonché le grandi compagnie e le piccole startup presenti sul territorio.

Realizzare un Campus 42, dedicato a sviluppatori e programmatori, in maniera che sia sostenibile per la popolazione locale, è impossibile senza coinvolgere la stessa nel processo decisionale. Ne parla anche Francesca Bria qui:

Barcellona ha messo bene in luce, negli ultimi decenni, come sia possibile implementare innovative tecnologie di smart city, o anche soluzioni semplicemente urbane di sostenibilità – come l’ampliamento delle piste ciclabili o il controllo di business come Airbnb – sviluppandole in house e, allo stesso tempo, attirando altre città a condividere le proprie competenze e specialità per riuscire a introdurre nuovi strumenti e strategie operative.

La smart city davvero intelligente, quella che Richard Sennett definisce come la coordinative smart city, può diventare un importante tassello, nel prossimo futuro, per riuscire ad affrontare gli SDG e gli obiettivi della COP26 in maniera chiara, vicina ai cittadini e soprattutto, integrando tecnologia e spazio urbano in maniera che sia davvero sostenibile su tutti i fronti.

Barcellona ha messo in luce delle strategie vincenti per il prossimo futuro, ma ora che le ha realizzate, come riuscirà a renderle sempre più diffuse anche in città con meno mezzi e sostegno pubblico? La vera sfida probabilmente sarà proprio questa.

Barcellona, la Smart City del futuro?

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