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Schermaglie tra tech corp e membri del congresso

Schermaglie membri Facebook

Testimonianze capitol hill e disinformazione

I CEO Mark Zuckerberg, Jack Dorsey e Sundar Pichai, rispettivamente amministratori di Facebook, Twitter e Google sono stati chiamati a testimoniare al congresso riguardo a una ampia pletora di questioni.

L’escalation di domande si è conclusa in una estremamente frustrante pressione per la chiarezza, con metodologie particolarmente radicalizzate e polarizzate negli interessi politici, ma che non riesce a estrapolare risposte significative dai leader dei colossi informatici. La dinamica più significativa della interrogazione è stata il continuo ricercare una risposta secca da parte degli inquirenti, e la costante vaghezza da parte degli inquisiti.

Nella lunghissima seduta i membri del Congresso Usa hanno cercato risposte riguardo alle problematiche generate dai social media quali: abuso minorile, pregiudizi razziali, pubblicità mirata, linguaggio d’odio, molestie, amplificazione algoritmica della disinformazione e la radicalizzazione della popolazione americana che va ad includere i rivoltosi dell’attacco di capitol Hill.

La fine della legge 230?

Il non arrivo ad una conclusione definitiva ed esaustiva è giunto in concomitanza con l’alzarsi delle questioni sulla legittimità della Sezione 230 del Communication Decency act del 1996, che protegge le compagnie dal contenuto postato sulle loro piattaforme.

L’autoregolamentazione è arrivata alla fine dei suoi giorni”, così parla il repubblicano Jan Schakowsky che vuole incentrare la riforma della 230 sulla protezione del consumatore.

“L’aumento della disinformazione e dell’estremismo che partono dalle piattaforme social, non ha paratie di sicurezza che possano fermare potenziali deragliamenti o rischi, e si ripercuotono nella vita reale”, così invece continua Frank Pallone. Sottolineando che è ora di rendere conto anche per piattaforme e colossi come Facebook e Twitter di rendere conto delle loro responsabilità per le violenze.

Una battaglia davvero accesa ma che non tiene conto dei limiti etici che le compagnie devono avere per mantenere libera l’espressione, di cui, allo stesso modo dovrebbero essere responsabili sulle loro piattaforme. Che mostra da una parte quanto ancora ci sia da scavare nella poca trasparenza alle Tech corp, ma dall’altra anche quanto sia vasta l’inadeguatezza di una classe politica che non riesce a comprendere le complessità e la costitutività della socialità online, andando a fare domande prontamente redirezionate da Manager allenati e considerazioni bipartisan che non riescono a descrivere totalmente la totalità tecnica del mezzo di cui hanno poca o zero conoscenza rispetto agli interrogati.

Come ne usciranno entrambe le parti è ancora però un mistero.

Schermaglie tra tech corp e membri del congresso

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