Corporate Innovation

L’opzione n.3 è l’unica percorribile. L’open innovation inizia dall’interno

fare open innovation

La cultura all'innovazione è la base per l'innovazione aperta. Se vuoi fare open innovation devi essere il primo a farla, e coinvolgere le tue persone.

Se vuoi fare innovazione aperta devi respirare innovazione. In altri termini intendo: se vuoi fare open innovation, devi essere il primo a fare open innovation. Prima avevi tre opzioni valide per innovare nella tua organizzazione: 1) ragionare per funzione e creare un dipartimento dedicato; 2) acquistare l’innovazione dall’esterno o dare in outsourcing lo sviluppo; e, infine, 3) alimentare un paradigma aperto di innovazione guidato da strategia e cultura. Oggi puoi percorrere solo l’opzione n.3.
L’innovazione non è ricerca. L’innovazione è uno sforzo strategico che richiede tempo. È il risultato della ricerca, del duro lavoro e di una cultura che consente il pensiero creativo, l’assunzione di rischi, il fallimento e l’apprendimento. Insomma, di una cultura innovativa.

La cultura all’innovazione: la base per fare open innovation

Le culture innovative, nella mia esperienza, iniziano con una filosofia che, da una parte deve stimolare la creatività e lo sviluppo delle idee, dall’altra canalizzare tali idee e trasformarle in innovazione per l’organizzazione. Il tutto “condito” con un forte senso di appartenenza ai valori e al fine ultimo (purpose) dell’azienda.
In qualità di leader dell’innovazione, devi radicare nelle persone la capacità di generare idee e stimolare l’innovazione e, al tempo stesso, dar loro la responsabilità di indirizzare le energie verso gli obiettivi dell’organizzazione. Il più grande rischio è disperdere il lavoro e l’impegno creativo che, senza una visione ben chiara, impatta negativamente sul tasso di innovazione. Ciononostante devi garantire un’ampia discrezione per condurre le persone verso gli obiettivi, senza ossessionarle con il budget o con le scadenze. Questi due elementi ammazzano l’innovazione!
La cultura all’innovazione non si crea in un giorno. Neanche in un mese, ma servono anni. Perché? Perché è legata a numerosi fattori che ne determinano lo sviluppo: strumenti, spazi, tecnologie, processi, iniziative, abitudini, tecniche, visione, valori e, soprattutto, le giuste persone.
Curiosità, propensione al rischio, multidisciplinarietà, empatia, senso di appartenenza, condivisione e proattività sono tutti elementi che caratterizzano le persone che alimentano e generano innovazione in un’organizzazione. Pertanto, ingabbiarle in strutture rigide o in schemi di controllo continuo, significa ingabbiare l’innovazione.
Le persone vogliono meno controllo e più fiducia. Devono essere messe nella condizione di partorire idee, prototiparle e provare a trasformarle in progetti o business.
In un recente meeting con un cliente mi sono espresso duramente sul come fare open innovation, aprendo anche la discussione su paradigmi più ampi come la coalescence innovation. L’espressione che ha suscitato un po’ di smorfie è stata la seguente:

Difficilmente un’organizzazione che non stimola l’innovazione internamente, può generarla all’esterno. Fare open innovation è molto più che lanciare una call4startup, organizzare un hackathon o acquisire quote di una startup.

Non mi sembra di aver detto nulla di particolarmente visionario, quanto offensivo ma – purtroppo – ancora non si riescono a cogliere le opportunità dell’open innovation.
Prendiamo l’esempio di una call4startup. L’azienda X individua una serie di problematiche da risolvere internamente ed esprime delle particolari esigenze in termini di nuovi prodotti o servizi da sviluppare. L’azienda opta, quindi, per lanciare una call4startup con l’intento di raccogliere il maggior numero di proposte innovative in target con le richieste. Ipotizziamo che si verifichino tutte queste condizioni:

  1. l’azienda X ha ben dettagliato le richieste;
  2. la piattaforma per la call4startup ha performato garantendo grande visibilità al contest lanciato;
  3. la strategia di comunicazione ha funzionato alla grande raccogliendo numerose adesioni;
  4. almeno 3 startup sono in target con le richieste e candidate a risolvere le problematiche evidenziate.

(un ulteriore esempio è la call 4 startup lanciata da Code4Future a fine 2019)
Dunque, fin qui ha funzionato tutto. E adesso?
Adesso viene la vera innovazione aperta, ossia integrare e far dialogare le persone e le tecnologie delle startup selezionate, con le persone e le tecnologie dell’azienda X: esiste un processo di onboarding delle nuove tecnologie? Il team dell’azienda X ha ben chiari gli obiettivi ed i tempi legati all’integrazione? Lavora già in agile e utilizza strumenti di collaborazione, oppure tutto deve passare attraverso la bolla papale e un messere a cavallo? Il linguaggio usato è comune a entrambe le parti?
Sembrano cose banali, ma l’innovazione non ha tempo da perdere. È l’azienda X che deve adeguarsi ai nuovi schemi delle startup, non viceversa. Fare open innovation è una questione di approccio e di mentalità e, fidati, oggi in Italia chi ha questo approccio è merce molto rara.
Per questo motivo è importante preparare le proprie persone a “maneggiare” l’innovazione, altrimenti non riescono ad accoglierla o farla propria quando viene dall’esterno – da una call4startup o da qualunque altro strumento di Open Innovation. Il grande pericolo è gettare al vento il corposo lavoro iniziale (le 4 condizioni menzionate precedentemente).

Fare open innovation insegnando la cultura all’innovazione: caso reale

Ti riporto un recente caso che ha permesso ad un’azienda di trasformare un team building pre-natalizio svolto in remoto in un momento di innovazione condivisa per risolvere due sfide per il futuro del nostro Paese:

  • migliorare la didattica a distanza e ipotizzare soluzioni “ibride” per l’insegnamento nelle università
  • riqualificare una piazza di una città trasformandola in hub per il cittadino.

A sfidarsi, due team equilibrati con professionalità differenti, dotati di un set di strumenti (Miro, Figma, Google Workspace) per la collaborazione in remoto, e con un tempo ridotto (solo 6 ore!) per realizzare un prototipo. E una piattaforma a cui accedere per visualizzare i dettagli delle sfide, creare i team di lavoro e caricare i progetti lavorati.
Infine un premio in denaro per il team vincitore votato da una giuria di esperti che assegna un voto da 1 a 10 in 6 differenti parametri da valutare:

  1. la coerenza della soluzione con la challenge proposta;
  2. il livello di profondità dell’analisi;
  3. la scalabilità della soluzione proposta;
  4. l’aspetto grafico e visuale della presentazione;
  5. la presenza o meno di un prototipo e la qualità di realizzazione;
  6. il grado di innovazione e l’unicità della soluzione.

Dopo 6 ore intense di lavoro da remoto, ogni team ha generato due fantastiche idee presentate con un pitch di 5 minuti, durante il quale è stato proposto anche un prototipo che simula la soluzione ideata e un video che la racconta da un punto di vista commerciale.
Purtroppo un solo team ha raccolto il premio, ma il vero vincitore è l’azienda che ha messo in condizione le proprie persone di sfidarsi, sperimentare, fare team e ragionare in tempi ridotti.
Ah! Dimenticavo un dettaglio: l’azienda è Seedble e la piattaforma è blendX.


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