Corporate Innovation

Innovare in ecosistemi: il punto di vista di Mattia Voltaggio

innovare in ecosistemi

L’emergenza sanitaria ci ha fatto scoprire che si è più forti insieme che divisi. Innovare in ecosistemi è la soluzione migliore per vincere.

Nessuno si salva da solo” è il titolo di un famoso (e consigliato dalla sottoscritta!) romanzo di Margaret Mazzantini, ma è anche un mantra che sempre più fortemente si è affermato nelle nostre vite a partire dallo scoppio dell’emergenza sanitaria e dalla scoperta della nostra vulnerabilità come individui e come specie.

Calando questo discorso sul mondo del business, cambiano le prospettive ma non la sostanza: anche le organizzazioni hanno dovuto fare i conti con le conseguenze della pandemia e accettare l’ineluttabile verità per cui si è più forti insieme che divisi. Nel mondo del new normal, un competitor non è più (necessariamente) un avversario da battere, ma può essere un alleato per vincere.

La competizione lascia posto alla coopetizione e assume sempre più rilevanza il concetto di “ecosistema”.

Ne parliamo con Mattia Voltaggio, Head of startup acceleration di Eni Joule Energizer nonché co-host dell’ultimo appuntamento di Unlock Innovation, intitolato, appunto “Innovation ecosystem”.


Se vuoi rivivere tutti gli appuntamenti di Unlock innovation in un recap, leggi questo articolo di Andrea Solimene


Q. Ciao Mattia, grazie per essere nuovamente con noi qui a Spremute Digitali. Iniziamo con una domanda difficile: che cambiamento ha generato la pandemia sul mondo dell’innovazione?

Mattia Voltaggio

Mattia Voltaggio, Head of startup acceleration di Eni Joule Energizer

A. Il Covid-19 di per sé non ha cambiato nulla, ha agito semmai come moltiplicatore rispetto all’innovazione, nel bene e nel male: chi aveva previsto l’insostenibilità dell’attuale sistema economico, sociale e ambientale e aveva iniziato processi interni di trasformazione (abilitazione al digitale, agilità nei processi) è riuscito ad accelerare. Le aziende con un purpose e una visione di medio-lungo termine hanno fatto leva sulla loro resilienza e sono state in grado di cavalcare l’onda.

Chi aveva invece basato il proprio modello di business sulla rigidità e l’auto-referenzialità o è stato spazzato via, o rischia che ciò avvenga presto.

Q. Con il progetto Joule, Eni ha posto in essere uno dei primi esempi concreti di Coalescence Innovation. Ci spieghi cosa ha spinto Eni a rispecchiarsi e riconoscersi in questo paradigma?

A. Eni dal 2014 ha avviato una profonda e radicale trasformazione del suo modello di business che punta alla vendita di prodotti completamente decarbonizzati entro il 2050 con target verificabili di breve e medio termine.

La sfida della transizione energetica è però una sfida “collettiva” dove non basta l’impegno di un solo attore, ma è necessario ragionare in ottica di filiera con una innovazione di “coalescenza”, basata sull’interazione continua tra ecosistemi. Con Joule adottiamo questo paradigma e aiutiamo le startup del nostro Paese, soggette ad una mortalità più alta rispetto alla media mondiale (2,5% sopravvivono ai primi 42 mesi di attività verso una media del 13%), non solo mettendo a disposizione risorse finanziarie e logistiche, ma anche aiutandole a impostare “nativamente” sulla sostenibilità i loro modelli di business perché possano avere un impatto sociale e ambientale e dunque acquisire maggiore competitività di mercato.

Q. Le grandi corporate e le Università sono attori altrettanto indispensabili per mettere in moto la coalescenza e creare impatti positivi sul Pianeta. Dal tuo punto di vista, quali credi siano i ruoli e le responsabilità di questi all’interno di un ecosistema di innovazione?

A. La sfida della lotta al cambiamento climatico impone la collaborazione nativa di tutte le componenti della filiera, dalla grande corporate alle PMI per arrivare alle startup, che rappresentano il nostro futuro.

In Italia abbiamo, d’altronde, tutti i numeri per poter diventare forse il più grande hub dell’innovazione sostenibile. L’ultima ricerca CEN-Enea ci conferma per il terzo anno consecutivo al primo posto per tasso di riciclo e capacità di generare valore dalla trasformazione della materia. Un 1kg di risorsa trasformata genera in Italia 3,3 euro di PIL verso 1,98 della media europea. Segno che abbiamo una catena del valore di grande qualità nei singoli: va solo rafforzata come collettivo, attraverso iniziative in grado di agire da catalizzatore, come Joule.


Leggi anche Come fare della tua organizzazione una realtà coalescente


Q. In ultima battuta, che consiglio daresti alle aziende che, come Eni, vogliono rimboccarsi le maniche per sbloccare l’innovazione?

A. È il momento delle scelte coraggiose. Bisogna far saltare i normali parametri con cui si guardava all’innovazione pre-Covid. Lavorare su grandi progetti “lighthouse” basati su criteri tradizionali di ritorno di investimento non basta più, e rischia di far perdere molte opportunità.

Bisogna dare più opportunità all’innovazione, puntando su tanti progetti “seed” con un “committed capital” e promuovendo al massimo l’imprenditorialità interna.

Grazie, Mattia.

P.S. Per chi volesse leggere il libro di Margaret Mazzantini, lo trova qui https://amzn.to/3ihHi5d 😉

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