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Remote leader: è davvero così diverso fare il leader da remoto?

fare il leader da remoto

Fare il leader da remoto non è difficile per la distanza, ma per il modello culturale da cambiare, se vogliamo guidare il futuro del lavoro.

Il remote work ci ha insegnato che le persone sono in grado di portare risultati comunque, e che i manager, e le organizzazioni vecchio stampo, spesso sono un collo di bottiglia. La difficoltà non è la distanza, ma il modello culturale, che è davvero ora di cambiare, se vogliamo guidare il futuro del lavoro. 

Fare il leader è già difficile… E fare il leader da remoto?

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La difficoltà non è la distanza, ma il modello culturale, che è davvero ora di cambiare, se vogliamo guidare il futuro del lavoro.

Era già difficile fare il leader. Vero? Ne leggiamo ovunque. È sempre un argomento molto “trendy” e “acchiappalike”, magari con una bella alba come sfondo, a significare l’inizio di un nuovo viaggio. Ci hanno anche formato per farlo. Decine di corsi, in autonomia o pagati dalle aziende, da cui si esce molto ispirati, positivi, convinti a diventare grandi capitani coraggiosi dall’indomani.

Per poi accorgersi dopo 48h che bello tutto, ma impraticabile nella propria realtà lavorativa “perché il capo…” o “perché ho delle persone difficili…”, e altre circa mille scuse che ci vengono in mente in pochi minuti. 

Vogliamo metterci la difficoltà di farlo da remoto? Ai limiti dell’impossibile. Certo, se la leadership era controllo, o peggio ancora due chiacchere (magari pettegole) alla macchinetta del caffè, sarà impossibile fare il leader da remoto. Il nostro “leader tipo” si sarà probabilmente sentito frustrato, relegato, magari anche scavalcato. Quella sensazione di non vedere, non sentire, non sapere se tutto sta andando come voleva lo avrà fatto arrabbiare, a volte mancare il respiro.

È capitato a tutti, anche ai più bravi, almeno una volta. Complice anche una cultura del controllo diffusa e radicata, che non aiuta chi ha approcci diversi ad emergere. 

La realtà è che certamente la distanza complica le cose, ma il rapporto di fiducia, stima, rispetto, ascolto che un leader ha il dovere morale di creare, esiste, cresce e rimane, anche se non ti vedi tanto quanto prima. 

Leader in presenza e da remoto. C’è davvero differenza?

Da brava secchiona, in questo lungo periodo ho letto tantissimi articoli sulla leadership da remoto. Avevo intenzione di definire quei 4-5 consigli imperdibili che avrebbero potuto aiutare in tante situazioni. 

La realtà è che la maggior parte della “letteratura” si esprime mettendo a confronto due presunti stili di leadership: si parla di passaggio da uno stile di controllo della presenza a una maggiore fiducia e attenzione ai risultati.

Mi sento di dire che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in questa frase: il controllo della presenza non ha niente a che fare con il concetto di leadership. Non lo dico io, chi sono per farlo. Lo dicono quelle decine di corsi che abbiamo fatto, le migliaia di libri che abbiamo quantomeno comprato (letto, già più difficile), per non parlare delle “quotes” che pubblichiamo sui social. Solo che adesso è venuto il tempo di dimostrarlo

Leadership significa moltissime cose, tra cui ascolto, fiducia e comprensione. E una visione di più ampio livello, da condividere con il team, per aiutarlo a vedere la strada, a superare l’ostacolo, sentendosi accompagnato, ma libero di esprimersi.

Significa quindi stare vicino alle persone con incontri regolari, ma anche estemporanei. Parlare di lavoro, ma anche far si che le persone possano esporre difficoltà senza sentirsi giudicate. Significa metterci la faccia, e non solo: le emozioni del leader sono la chiave di un rapporto di fiducia. La capacità di ascoltare le nostre emozioni e quelle altrui è il principale driver per poter costruire insieme agli altri qualcosa di importante. 

Tutto questo vale dal vivo, e vale da remoto. Quindi, tutto uguale?

No, non può esserlo. Niente sarà più uguale a prima. 

Ma non sono gli elementi di leadership a cambiare. È il modo di lavorare che è cambiato. Sono le persone che compongono l’organizzazione che sono cambiate. È il contesto in cui viviamo, la società, le sfide che ci troviamo davanti tutti i giorni che sono cambiate. 

I numerosissimi studi portati avanti in questi 18 mesi ci parlano di svariate difficoltà incontrate dalle persone in home working. Il bisogno di sentirsi in connessione con gli altri, Il senso di solitudine, le difficoltà oggettive di lavorare in un luogo diverso dall’ufficio, il burn- out tipico di chi non stacca mai. Ma ci riportano anche uno stile di vita rinnovato, maggiormente in connessione con i propri valori, con se stessi e la famiglia; la volontà di non rinunciare a quel tempo conquistato, la ritrosia a tornare ad un modello caotico e time – consuming come quello della presenza fissa. 

Un bravo leader quindi che dovrebbe fare? Sicuramente aprire gli occhi e capire le nuove esigenze che sono emerse; poi, definire un ecosistema che le accolga, le affronti e le renda parte della nuova normalità. Ma seguendo i principi fondanti dell’intelligenza emotiva, dell’empatia e dell’ascolto, esattamente come avrebbe dovuto fare prima, nel mondo 100% in presenza. 

Ok, ma… Qualche esempio? 

Non c’è la ricetta perfetta. È proprio lì il bello, il leader deve metterci del suo. È come quando provi a rifare a casa un piatto di un grande chef: gli ingredienti sono quelli, hai seguito tutti i passaggi. Eppure, il risultato non è paragonabile a quello che hai mangiato al ristorante. Cosa lo rende diverso? Può essere l’esperienza, può essere un piccolo trucco, o l’amore che ci mette. Non possiamo saperlo. Ma puoi sempre provare a cambiare di un pizzico la ricetta, per farla tua. Non sarà quella dello chef, ma sarà la tua. E per questo unica, con un nuovo sapore, una nuova vita. 

Uscendo dalla metafora, ci sono alcuni consigli classici e intramontabili che ogni buon leader dovrebbe provare a mettere in pratica. Quelle “soft skills” che non dovrebbero mancare mai, così come gli ingredienti base della ricetta:

  • Ascolto attivo;
  • Comprensione;
  • Fiducia;
  • Definizione degli obiettivi;
  • Comunicazione costante, pianificata e non (anche dal vivo, se possibile, ogni tanto!);
  • Inclusione e coinvolgimento;
  • Creazione di una relazione tra persone, non di una subordinazione gerarchica. Un leader non sente mai il bisogno di rimarcare il “grado”. Gli viene riconosciuto, se fa bene il suo mestiere. 

Sembra facile, lo so. Ma facile non è. Basti pensare a come prendere una decisione di business rispettando questi semplici parametri. Farlo da remoto include anche una certa conoscenza della tecnologia, e, di pari importanza, la capacità di insegnare tale tecnologia al proprio team. In modo semplice, un passo alla volta, senza fretta e senza pretendere di diventare tutti programmatori; ma con la consapevolezza che saper usare quelle 3-4 funzionalità aiuterà tutto il team a lavorare meglio, più uniti, abbattendo le distanze fisiche ed emotive. 

Ci sono aziende che lo sanno fare molto bene. Spesso nascono e si sviluppano da remoto, evitando così tutti quei “bias” che decine di anni in presenza hanno fatto emergere. Una di queste è Soisy (www.soisy.it), marketplace lending, nata nel 2015 completamente da remoto. “Inizialmente per necessità”, mi racconta Pietro Cesati, CEO e Co -founder in una interessantissima chiaccherata che abbiamo fatto un paio di mesi fa sul mio profilo IG, “ma ci siamo accorti subito che sarebbe potuto essere il modello perfetto per noi, stanchi delle realtà super controllate e presenzialiste in cui abbiamo vissuto per la prima parte della nostra carriera”.

In Soisy sono talmente convinti della loro scelta, anche adesso che da un pugno di persone sono passati a quasi 40 dipendenti in 27 città diverse, che ne hanno fatto anche una newsletter e un podcast, che consiglio per prendere spunti reali di remote leadership da chi ci ha sbattuto la testa, ci ha messo la faccia, il cuore e la volontà di superare gli ostacoli. 

Abbiamo di fronte una sfida difficile, è vero. Ma anche l’incredibile possibilità di scrivere il futuro del lavoro. Un passo alla volta, un ostacolo alla volta. Usciamo dalle nostre “quotes” e proviamo a fare nostri anche un solo aspetto di leadership alla volta. Sarà la prima parola di un grande capitolo di organizzazione del lavoro.

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