New Ways of Working

Il South working è destinato a durare? Si, e ti racconto perché

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Il south working è qui per restare. Un fenomeno nato quasi per caso, ma che sta diventando un grande cambiamento sociale, inevitabile. Intervista a Elena Militello, Dottoressa di ricerca in Diritto e Scienze umane e ideatrice del progetto “South working - Lavorare dal Sud

Ormai lo sappiamo, la pandemia da Coronavirus ha accelerato profondamente la diffusione dello smart working; abbiamo assistito a forme di organizzazione più vicine al remote working, ma quantomeno questo lungo periodo di emergenza ha contributo a diffondere il messaggio che si può lavorare e ottenere risultati anche non passando 8 ore in ufficio lunedi-venerdì. Ci sono stati poi alcuni fenomeni più “estremi”, nati quasi per caso, ma che sono progressivamente diventati dei progetti trasformazionali. Uno di questi, quello a me più caro, è il South working: più di 100 mila persone occupate presso aziende del nord italia che, nel 2020, hanno avuto la possibilità di lavorare presso il proprio paese natale, nel meridione (rapporto Svimez 2020).

E si tratta di cifre che non tengono conto delle piccole e medie imprese, più difficili da tracciare.

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Intervista a Elena Militello, Dottoressa di ricerca in Diritto e Scienze umane e ideatrice del progetto “South working – Lavorare dal Sud

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Intervista a Elena Militello, ideatrice del progetto “South working – Lavorare dal Sud

Elena Militello, palermitana, under 30, dottoressa di ricerca in Diritto e Scienze Umane, è riuscita ad intercettare il fenomeno a creare una Community che in poco più di un anno è cresciuta in maniera esponenziale, facendolo diventare un vero e proprio progetto di rilancio del Sud Italia. Ecco cosa mi ha raccontato. 

Q. Parliamo di dati della community South Working e delle attività in corso

A. In poco più di un anno di attività la nostra comunità è cresciuta esponenzialmente, anche grazie alla collaborazione e al sostegno di Fondazione con il Sud . Sui nostri canali social l’eco è stata soddisfacente, con oltre 10mila like su Facebook e quasi 3000 follower su Instagram. Abbiamo raccolto e stiamo continuando a raccogliere tantissime storie di chi, per desiderio o per necessità, è tornato al Sud, nei propri territori, spezzando quella narrazione per cui il ritorno nelle terre del cuore, delle nostre radici, sia sinonimo di fallimento

Sempre secondo Svimez, l’85,3% degli intervistati andrebbe o tornerebbe a vivere al Sud se fosse loro consentito, e se fosse possibile mantenere il lavoro da remoto. Proprio in questo senso South Working compie la sua azione di advocacy, per permettere di lavorare da dove si desidera. E ci teniamo a sottolineare che south working e smart working non vogliono dire “lavoro da casa”, come è stato raccontato – in modo errato – il fenomeno in questo anno e mezzo, dove il lavoro da casa è stato una necessità legata alla tragedia della pandemia.

Noi promuoviamo il lavoro in comunità, in spazi di coworking, per stimolare l’incontro tra i lavoratori e la condivisione delle esperienze. Parte essenziale dell’essere un south worker è la restituzione al territorio, in termini di volontariato o di esperienze maturate nei percorsi professionali.

Q. Il South Working ha avuto una grande spinta con l’emergenza sanitaria. Che futuro prevedi per questo fenomeno, ora con il ritorno graduale alla normalità?

A. Sicuramente la pandemia ha accelerato un fenomeno che però era già in corso. Il discorso sul lavoro agile è tornato centrale nell’ultimo anno e mezzo ed è stata un’occasione per cominciare a ripensare le dinamiche lavorative, mettendo al centro il benessere del lavoratore. Non pensiamo che il fenomeno si possa interrompere con la fine della pandemia, essendo diventato pervasivo e avendo profondamente modificato le dinamiche lavorative di moltissime persone

Ciò per cui stiamo lavorando è piantare dei semi di cambiamento, che possano crescere e maturare in spazi di lavoro condiviso, che noi chiamiamo “presidi di comunità”. Un presidio, per essere tale, deve rispondere a determinati requisiti: deve essere fornito di infrastrutture digitali, sociali e di mobilità. Deve, insomma, permettere il lavoro agile tramite una connessione internet, favorire l’incontro e il confronto tra i lavoratori e deve essere raggiungibile con facilità.

Un presidio che risponda a questi requisiti permette un incremento delle performance lavorative poiché pone al centro la necessità di equilibrio tra il lavoro e il benessere del lavoratore. Necessità che non scomparirà con la fine della pandemia

Q. Avete incontrato il Governo o lo avete in programma per presentare le vostre iniziative?

A. La politica e le istituzioni hanno accolto bene il tema del South Working: abbiamo incontrato l’ex Ministro per il Sud Giuseppe Provenzano e abbiamo presentato le istanze evidenziate dalla nostra community, tra cui l’ampliamento dell’interpretazione della decontribuzione Sud del 30%, includendo anche i lavoratori agili del Mezzogiorno e l’integrazione alla Strategia Nazionale di Specializzazione Intelligente. 

Il South Working è un modo non solo per iniettare liquidità nell’economia del Sud per colmare il divario esistente con il Nord del Paese, ma anche per invertire l’approccio finora tenuto nei confronti del problema del Mezzogiorno, partendo non dai fondi, la cui erogazione non è stata mai soddisfacente né sufficiente, ma dai lavoratori, la cui presenza stimola la creazione di infrastrutture che possano rilanciare il Sud e i territori troppo spesso lasciati indietro

Q. Ritieni che i fondi del PNRR e i relativi investimenti in programma su digitalizzazione e infrastrutture potrebbero aiutare a mantenere e far crescere il south working?

A. Assolutamente, proprio per realizzare i tre prerequisiti, le infrastrutture di connettività, di mobilità e sociali. Il divario digitale non è presente soltanto tra Nord e Sud, ma anche tra centri urbani e borghi, con le aree interne spesso lasciate indietro. Le infrastrutture delle aree interne sono meno di quanto avremmo sperato, e sicuramente il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza può dare un determinante contributo in questo senso, a patto ovviamente che si vigili attentamente sulla distribuzione dei fondi e sull’implementazione di progetti concreti. Questo sarà fondamentale per la società civile e per il terzo settore.

Come per lo smart working “classico”, ci sono anche pareri contrastanti rispetto ai benefici che il south working potrebbe portare. Una su tutte che si ridurrebbe il Sud ad un “affittacamere per le aziende del nord”, non investendo sul reale sviluppo del meridione.

A mio modesto avviso, dalle parole di Elena e dall’immenso lavoro che la sua community, assieme a Fondazione con il Sud, sta portando avanti, mi sento di dire che come tutti i grandi cambiamenti sociali ci vorrà tempo, ma sarà inesorabile.

Il South working è destinato a durare? Si, e ti racconto perché

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