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Discorsi sul metodo – Paradigm Shift: enciclopedia dei cambi mediali in compendio

discorsi sul metodo

Lo spiegone finale di Discorsi sul Metodo, che riassumerà le 4 puntate della rubrica sulle trasformazioni mediali salienti del nostro modo di conoscere.

La domanda che introduce una trattazione seria all’epistemologia, per chiunque voglia avere a che fare concretamente con l’argomento è, nella forma più generica: come cambia il nostro modo di interfacciarci alla realtà, quando subiamo estensivamente la forzata conoscenza di nuove forme strumentali?
Tradotto dal filosofese: che cos’è l’epistemologia? È Lo studio dei nostri metodi per raggiungere la conoscenza.

Sono una persona seria? No.

Quindi la domanda che fa al caso nostro sarà: come sbigliettiamo dai cambiamenti che sono avvenuti storicamente nell’intelletto umano?

E la risposta altrettanto seria: boh!

Entrambe le domande, per quanto sembrino diametralmente opposte per costituzione e regola, nascono dallo stesso terreno fertile. Quanto influisce il mezzo che utilizziamo per conoscere sulla nostra risposta cognitiva?

Incomincia lo spiegone

Che riassumerà, delle quattro puntate in cui la trattazione è stata fatta in maniera più distesa, le trasformazioni mediali salienti del nostro modo di conoscere. E ora, come novelli passeggeri della metro di Roma, accingiamoci a vedere nel loro splendore gli sproloqui scarrellare tutti accozzati.

In principio era il verbo…

Una frase fondamentalmente lirica che non rende per nulla giustizia alla capacità sinfonica degli uomini primitivi di emettere mugugni in coro dalle caratteristiche euristiche e orientati a una comunicazione contestuale.

Si fa risalire la prima forma di comunicazione al linguaggio in quasi tutte le filosofie non a caso. La capacità creativa del linguaggio (che si pensa derivi dall’encefalizzazione dell’homo erectus e dalla sua capacità di utilizzare il pensiero con fini strumentali) è da sempre uno dei motivi di fascino nei confronti della preistoria. Fiumi d’inchiostro sono stati scritti da filosofi di tutte le ere, simbolicamente sul linguaggio e linguisticamente sul simbolo. Le parole sono state in grado non solo di costituire una solida base di scambio per le informazioni, ma di garantire la sopravvivenza.

Quello che ci interessa è: come ha cambiato il nostro modo di pensare?

Ci fu poi l’immagine

Il cui processo di sviluppo si può riassumere nella dialettica (solo parziale) tra simbolico e imitativo. Si pensi ai vessilli del potere, alla statuaria sacra, all’arte egizia e poi all’arte greca. Forme di comunicazione da una parte, forme di imitazione dall’altra. Immagine quindi come comunicazione pragmatica e descrittiva.

Nel corso della storia, se da una parte c’è il simbolico, dall’altra c’è la mimesi, ossia la ricerca della riproduzione del reale. I due cambi radicali sono avvenuti: nel rinascimento, in cui subentra un uso scientifico e conoscitivo del reale attraverso l’immagine, che trasforma la nostra concezione sulla figura in un qualcosa di veritativo e carico di significato di autenticità; e quando i mezzi tecnici hanno reso l’immagine endemica, rendendo questa verità insignificante e parziale, con l’avvento della fotografia. La riproduzione, ahimé, causa il più grande numero di disillusioni.

Benvenuti nell’era dei Meme e nel postmodernismo.

Quello che ci si domanda è: quanto hanno influito sul nostro immaginario questi cambi culturali?

Arriva di seguito la scrittura

La cui rivoluzione fu la più grande del mondo antico, se l’immagine accennava alla memoria, la scrittura compie definitivamente la diacronia comunicativa: la svolta radicale nel pensiero fu quella di poter scrivere e in qualsiasi momento farsi leggere, di conseguenza avanti nel tempo fino al futuro. Ancora più importante però fu, per il nostro pensiero, la facoltà di memorizzare.

Il concetto concreto di avere memoria fisica che va oltre quella del nostro cervello, la grande magia di poter dialogare con sé stessi nel futuro è inestimabile. È anche vero però che questo fu appannaggio esclusivo di pochi, che ne facevano un mestiere, fino al 500 e ai caratteri mobili, leggere e scrivere erano appannaggio dei colti. E quando fu possibile renderlo una facoltà collettiva, sono cambiate le regole, la commistione e l’intreccio dei vari canali di comunicazione ha stravolto nuovamente le regole di dipendenza tra medium.

La domanda da porsi è: i cambiamenti gerarchici di importanza e penetrazione dei rapporti tra media nella vita dei consumatori, come impattano il nostro immaginario?

Giungiamo infine al nostro tempo: i Social Media

La domanda da porsi, prima ancora di parlarne, poiché ancora non c’è risposta, è: come cambia la nostra percezione delle cose quando la socialità diventa, prima ancora di essere un fine, mezzo di comunicazione?

La difficoltà della risposta viene dal fatto che questo genere di società e di consumo del mezzo, permea a oggi nella vita di tutti. Siamo digitalmente sociali, siamo consumatori e consumisti. Quella dei social network è una storia atipica. Che nasce dalla volontà di mettersi in contatto e collaborare, e si sviluppa in senso cooperativo, competitivo, ma soprattutto disinteressato (in contrapposizione alle altre due).

Il vivere del Socialnauta è una commistione di ricerche e doveri lavorativi, ma è, per una grande fetta dell’utenza, diletto, necessità di contatto, affetto, talvolta amore, e molto più spesso odio. Ma questo ci interessa solo relativamente, il focus del cambio di paradigma è, oltre alla pervasività della messaggistica istantanea, che come tema è stato già ampiamente dibattuto, e oltre quello dell’aggregazione, la questione più sottile: l’utilizzo mediale delle strutture sociali per profitto e per appagamento. (Sia nel bene della creazione di contenuti e la risposta con feedback, che nel male dell’oggettificazione degli altri esseri umani fino a renderli una vetrina di pezzi di carne).

Per concludere, di fronte a questa istanza, per non giocare all’impero dei sensi con le allusioni a Tinder, quello sociale sta lentamente diventando un super-mezzo, un elemento di struttura che incamera, in seno a questa riflessione, tutti gli altri medium visti fino ad ora in un grande calderone multimediale.

E quindi da chiedersi c’è: stiamo facendo bene come esseri umani? Beh bella domanda Riccardo, vattene a casa. Arrivati fino a qui c’è un piccolo chiarimento da fare sulle domande, per nulla retoriche a cui l’invito principale è rispondere davvero con intuizioni e ragionamenti anche brevi.

Mi sento di rinnovare, per le aziende che ci stanno seguendo, la canonica considerazione sul vil danaro: il risultato finale, per un’azienda, è avere una comunicazione che permetta una transmedialità dei propri contenuti.

Tutte le forme di comunicazione, visti i bisogni diversi che soddisfano, dovrebbero essere prese in considerazione come protagoniste, o quantomeno avere supporto dalle altre per costruire un corpus organico di contenuti a rinforzo del proprio Brand.

Bisogna sempre creare cultura.

Perché la cultura ripaga.

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