Startup & Entrepreneurship

Hai bisogno di “unobravo”. Intervista alla leader del futuro, Danila De Stefano

Valentina Marini Pubblicato: 31 Marzo 2021

unobravo

In un mio recente articolo, scritto con Marco Stancati, ho affrontato un tema delicato e sempre più importante per le organizzazioni: la salute mentale delle proprie persone. Diventa sempre più importante, alla luce della pandemia e delle difficoltà derivanti dalle tante privazioni. Il mio augurio a fine 2020, riprendendo l’ultimo post di dicembre, affermava:

Per il 2021 mi auguro che vengano abbattuti i pregiudizi e il timore del giudizio altrui, legati ai temi della salute mentale.

Stiamo vivendo qualcosa di travolgente per il nostro benessere psichico. I dati di ricerca confermano che stiamo soffrendo tutti, anche chi non ha avuto il COVID-19: sono diffusissimi i sintomi di stress (Pandemic Fatigue) e il logoramento psicologico a causa di tempi e modi di vivere stravolti; della costante precarietà; della ridotta ricarica affettiva; della forzatura nelle case da soli o con i familiari. 

Possiamo prenderne atto: “Covid, in arrivo un’ondata di disturbi di salute mentale.”

Per questo, come regalo per se stessi, consiglio di prendere ancora più consapevolezza su di noi e sulle nostre emozioni. Avere il coraggio di non percepire più questi temi un tabù.

Ecco perché quando nella classifica Forbes Italia – che celebra i 100 Under 30 per il 2021, che stanno dando il loro contributo in prima linea e con la forza delle idee, del talento e stanno rivoluzionando il nostro modo di lavorare – ho trovato Danila De Stefano e la sua Startup “unobravo” ho sentito subito il desiderio di contattarla per conoscerla.

Perché scegliere “unobravo” per la salute mentale delle proprie persone

Q. Cara Danila, prima di tutto complimenti per questo riconoscimento Forbes. Come hai scoperto di essere in classifica e come ti sei sentita quando l’hai saputo?

Danila De Stefano

Danila De Stefano, CEO “unobravo”

 A. Grazie mille Valentina, grazie a te per avermi scritto e invitata per questa intervista! L’ho scoperto circa un mese prima dell’uscita cartacea, quando il Managing Editor di Forbes mi ha contattata per comunicarmi che ero stata proposta da alcune persone per la lista di Forbes under 30.

È stato uno shock fantastico, non me l’aspettavo e non sapevo neanche come funzionassero le nomine per la classifica, ancora oggi non sono certa di aver realizzato questo bel traguardo.

Q. Ti chiedo di presentarti ai nostri lettori con un tweet

A. Ok: Mi chiamo Danila, 29 anni, napoletana, expat, psicologa, neo-imprenditrice e ideatrice e CEO di Unobravo, startup innovativa di psicologia.

Q. Che lavoro sognavi di fare da bambina e cosa diresti a questa bambina, alla luce dei numeri raggiunti nella tua carriera (trasferimento a Peterborough, vicino Cambridge, una forza lavoro di 300 psicologi, circa 3500 pazienti attivi sparsi in tutto il mondo)?

A. Come immagino tantissime persone, ho desiderato tantissime cose diverse, partendo dall’asilo, quando volevo diventare acrobata e lavorare in un circo, passando per “giornalista di attori fichi” da adolescente fino ad arrivare a psicologa.

La psicologia è stata la passione più lunga di tutte che ancora rimane, ma oltre a questo ho sempre sentito di aver bisogno di stimoli sempre diversi e nuovi. Onestamente non immaginavo e non mi aspettavo che sarei arrivata all’imprenditoria, così dinamica da riuscire a darmi le sfide continue che evidentemente cercavo, inconsapevolmente.

Adesso mi sento al posto giusto. Alla me bambina direi di fare più esperienze e cose diverse possibili, perché ognuna ti lascia qualcosa che poi farà parte della bellissima complessità che ogni persona ha dentro di sé. Variare, provare cose nuove, cambiare, ti fanno vivere tante vite ed è quello che per fortuna ho sempre fatto. Consiglierei alla me bambina di farlo ancora di più.

Q. Sei un’italiana che vive in Inghilterra. Cosa ha motivato questa tua scelta?

A. Appena laureata avevo voglia di sperimentare la vita all’estero, l’Inghilterra mi aveva sempre affascinato, ci sono tornata varie volte in viaggio. Sentivo anche la necessità di imparare l’inglese, cosa che si è rivelata assolutamente indispensabile.

Avevo voglia di lavorare, di mettermi in gioco, e così è stato: ho fatto lavori diversi, ho affrontato le sfide dell’expat medio all’estero e affrontato la lontananza perenne dalla vecchia comfort zone. Lo consiglio a tutti, anche solo per un breve periodo della propria vita.

Q. Veniamo a “unobravo”. Te lo diranno costantemente, ma voglio sottolineare che trovo geniale la scelta del nome e quindi parto da qui. In un’altra intervista che hai rilasciato, hai detto che non c’è una storia dietro questo nome, è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Sei consapevole, però, che rimane impresso e fa sorridere. Ti va di raccontarci quel “fulmine a ciel sereno” che contribuisce al successo di “unobravo”? Te lo chiedo convinta del valore dell’importanza della comunicazione in qualsiasi idea e/o progetto: se non lo sai raccontare bene, hai un problema, anche se la tua idea funziona

A. Si certo, come ho già detto in passato, purtroppo c’è poco da raccontare: avevo quasi finito il sito web e mancavano varie cose tra cui il naming: facevo giochi di parole, scribacchiavo qua e là, chiedevo consiglio ad amici, dopo un paio di nomi che ancora non mi convincevano semplicemente una sera guardai il mio compagno e dissi “Unobravo”!

Davvero non saprei dire da dove è venuto, non stavo pensando al naming in quel momento. Sono davvero felice che sia andata così, non potevo trovare un nome migliore! Fa sorridere, fa riconoscere chi lavora con noi in un brand, butta giù le barriere e la perenne seriosità che spesso si associa alla salute mentale.

Q. Ci parli invece del progetto, la sua nascita, lo sviluppo e il sogno futuro

A. Unobravo nasce come una scommessa, in un periodo non tanto lontano da oggi (era il 2019), ma molto lontano per mentalità, visto che non c’era ancora il Covid-19. All’epoca la terapia online era scelta da pochissimi professionisti, io ero già da più di un anno uno di quelli. Funzionava, così ho deciso di “allargare” il business da me-psicologa, a un Team di psicologi.

Inizialmente Unobravo contava 9 psicologi, 4-5 erano colleghi che già conoscevo e che ben sapevo che erano molto in gamba, i rimanenti amici di amici e un paio di rari psicologi online che già esistevano. Il sito lo avevo creato io, molto semplice e con poche features, e via, siamo partiti.

Ho fatto tutto da autodidatta: sito, logo, marketing. Fino a quando SocialFare, incubatore di startup a impatto sociale, ci ha selezionati per un programma di accelerazione. Lì, in quei 4 mesi, tutto è cambiato: siamo passati da “progetto tra colleghi” a startup innovativa e azienda, sia per denominazione giuridica, ma soprattutto per il mindset e le competenze che ho e abbiamo sviluppato.

Il corso l’ho fatto insieme a Valeria e Corena, psicologhe ma anche collaboratrici, oggi Managers di Unobravo. Da lì, la crescita è pian piano diventata esponenziale, il core team ha iniziato a formarsi e l’azienda prende sempre più forma. Oggi contiamo un team di circa 25 persone al lavoro e 300 psicologi, appena un anno dopo l’inizio del programma di accelerazione.

Il sogno e la visione è di diventare il punto di riferimento italiano per la terapia online, obiettivo ambizioso che perseguiremo attraverso un controllo minuzioso della qualità di ciò che offriamo, un’esperienza utente molto piacevole, professionisti davvero in gamba e servizi innovativi ed efficaci.

Q. Qual è stata l’evoluzione di Unobravo dall’inizio della pandemia?

A. A pandemia iniziata Unobravo era un neonato, contava circa 40 pazienti e circa 15 psicologi. Essendo cresciuti proprio nello stesso periodo, l’evoluzione va di pari passo con la crescita dell’azienda, visto che siamo nati pochi mesi prima dello scoppio della pandemia.

Q. Sostengo che sempre più le organizzazioni debbano occuparsi della salute mentale delle proprie persone. Tu cosa ne pensi? Cosa proponete per il mondo Corporate?

A. Assolutamente d’accordo con te. Unobravo ha anche una proposta B2B proprio per il welfare aziendale, a maggior ragione in questo periodo difficile. Io penso che il problema sia ancora prima del welfare aziendale: in Italia, purtroppo, ancora oggi c’è molto scetticismo e resistenza nei confronti della psicoterapia. Per qualche regione si è radicata l’idea che chi va dallo psicologo è un debole, un “sensibile” (come se fosse un difetto), un matto.

È la cultura psicologica a dover cambiare, per poter anche intervenire nelle aziende, come nelle case. Al mondo corporate proponiamo vari servizi, dalle nostre terapie online one-to-one, a corsi e focus groups tematici. Le aziende con una buona cultura psicologica rispondono molto positivamente ai nostri servizi.

Q. Ti chiedo di salutarci con un paio di consigli diversi tra di loro: uno per affrontare il pregiudizio arcaico “quello va dallo psicologo…”; l’altro, invece, per ispirare i giovani che cercano una loro strada professionale

A. Un consiglio per affrontare il pregiudizio è quello dell’informazione: chi è “fisso” sul pregiudizio, mediamente, non conosce. Conoscere cos’è la psicologia, cosa uno psicologo può fare per te, come la tua vita quotidiana può migliorare, può far avvicinare le persone alla psicologia proprio perché comprendono che non bisogna “essere pazzi” per trovare un beneficio enorme nel confrontarsi con uno psicologo.

Sentiamo tutti i giorni di difficoltà relazionali e dinamiche ripetitive con la propria famiglia o con il partner, pane quotidiano di uno psicologo relazionale, e purtroppo le persone arrivano a pensare che purtroppo “è così e non si può far nulla”. Lo stesso per chi soffre d’ansia, “io sono così”. Idem per chi non sa cosa fare nella sua vita, è confuso, si sente “immobile” e non sa come migliorare le sue giornate. Sono tantissime le situazioni quotidiane “normalissime” su cui uno psicologo potrebbe intervenire. È un peccato fermarsi a questo stereotipo!

Un consiglio per chi cerca la propria strada è sicuramente quello di studiare, provare, fare esperienze, anche completamente diverse fra loro. Oggi c’è l’ossessione di “cosa farò da grande”, come se da giovani dovessimo già sapere tutto e avere già una passione definita. Una persona sana è una persona felice! C’è chi trova una strada e la persegue e fa “tutto il regola”, ma è comunque infelice.

Non è il titolo lavorativo, o una laurea, o un certo lavoro, a determinare se siamo o non siamo soddisfatti di noi stessi. Fate ciò che vi diverte e rendetelo un lavoro!