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Nasce in Italia il primo robot capace di pensare ad alta voce

Spremute Digitali Pubblicato: 23 Aprile 2021

In Italia è stato costruito il primo robot in grado di pensare ad alta voce. Così facendo l’automa impara cose nuove e suscita empatia negli esseri umani, proprio come fanno i bambini piccoli.

L’idea è nata da Arianna Pipitone e Antonio Chella, dell’università di Palermo, nel corso del loro lavoro su modelli computazionali del linguaggio e in informatica e robotica.

Alla base del progetto c’è la volontà di mostrare alle persone come le macchine non siano solo dei freddi pezzi di metallo programmati per svolgere una qualche azione ma che, invece, siano in grado di pensare. Immaginare un robot con un proprio pensiero, per certi versi, può aiutare all’interazione tra uomo e macchina, dando vita a un rapporto di fiducia. Da qui l’idea del discorso interiore, come quello dei bambini, per fare in modo che questo robot abbia comportamenti più familiari e “umani”.

In questa maniera non si ha a che fare solo con una macchina ma ci si trova davanti a un qualcosa in grado di pensare e ragionare. Per questo un robot è diverso dalle altre macchine.

Le sembianze del robot usato per i primi esperimenti sono quelle di Pepper, un androide dall’aspetto umano con gli occhi grandi che già viene usato in moltissimi esperimenti in giro per il mondo. Il programma che lo fa pensare a voce alta è un prototipo unico ma che è adattabile anche ad altre macchine.

La cosa pazzesca del progetto è che quando Pepper inizia a pensare ad alta voce (mentre esegue delle azioni) lo fa tenendo leggermente più basso il tono, come per parlare fra sé e sé; cosa che chiaramente non accade quando si rivolge all’uomo.

Il robot è pensato per eseguire dei comandi ma, allo stesso tempo, a porsi dei dubbi riguardo al comando stesso. Quando questo dubbio sopraggiunge, infatti, Pepper chiederà delucidazioni al riguardo e alla fine eseguirà il comando, imparando qualcosa di nuovo ma allo stesso tempo cercando di imparare sempre di più.

Il progetto si colloca in una prospettiva futura che permetterà l’interazione uomo-macchina a un livello sempre più profondo, in maniera tale che sarà possibile addirittura portare questi robot a fare lavori che richiedono un confronto più specifico con l’uomo come, ad esempio, lavorare all’interno di un ospedale o di una casa di cura.